Com\’è dura la professione!

3 ottobre 2011

Se ne va il bello del computer

Filed under: cosi' va il mondo,Mac,Vaneggiamenti — lbell @ 20:43

Steve Jobs si è dimesso da CEO di Apple.

Il cambio di un dirigente di una ditta non ha solitamente grosse ricadute sugli utenti ed in certi casi neppure sulla vita della ditta stessa, ed il fatto che le ditte sopravvivano ai propri amministratori ne è una prova.

Steve Jobs è stato un’eccezione e con lui rischia di scomparire un parte di quello che ha reso il personal computer affascinante, almeno per chi è appassionato di tecnologia.

Chi ha iniziato ad usare i personal computer da piccolo, ha vissuto l’epoca degli 8 e dei 16 bit, con macchine che pur differenziandosi per potenza, dal mondo dell’hobbistico al professionale, si assomigliavano tutte nel modello di utilizzo e di programmazione. La differenza la facevano le periferiche disponibili ed il software per gestirle (chiamarli driver sarebbe forse troppo). Un hard disk ed un buon alimentatore differenziava le macchine di fascia alta da quelle di uso casalingo.

Era possibile scrivere simulazioni, risoluzioni di problemi matematici, piccoli database in Assembler, Basic o Pascal. All’uscita di un nuovo modello ci si procurava i manuali del relativo microporcessore e dell’immancabile versione di Basic per poter programmare, come quando dovendosi recare in un Paese straniero, ci si premura di procurarsi un dizionario ed un manuale di conversazione.

L’avvento dei sistemi ideati da Jobs ha cambiato tutto.

All’uscita del Macintosh in Italia, cercando i manuali del suo Basic, per capire come fosse possibile realizzare un programma come Mac Paint, restai allibito davanti ai volumi di Inside Macintosh.

Non si trattava solo di un sistema con un’interfaccia utente mai vista prima, di una grafica che sembrava uscita da una tipografia, ma anche dell’organizzazione della documentazione, finalmente fuori dai binari di una raccolta di trucchetti, e di come veniva teorizzata la via per scrivere i programmi, del primo tentativo di programmazione object oriented diffusa al di fuori dell’accademia.

Si trattava di tutto quanto assieme, un salto di una decina di anni avanti a tutto quello che era apparso fino a quel momento, quasi in ogni particolare della macchina, ahimè anche nel prezzo, decisamente fuori portata per le tasche di molti, me compreso.

Più tardi appresi che la macchina era curata anche al suo interno, in luoghi che l’utente non avrebbe mai raggiunto (si veda la storia su http://folklore.org/StoryView.py?project=Macintosh&story=PC_Board_Esthetics.txt).

Qualche tempo più tardi, al mio primo lavoro, parlando dell’argomento, un ingegnere mi disse letteralmente “real programmers don’t use icons”. Oggi tutti i sistemi sono essenzialmente dei Macintosh, perfino i telefoni.

Quando uscì il NeXT, forse il capolavoro di Jobs, abituato ai sistemi che le altre ditte comunemente costruivano per il mercato professionale, mi chiesi come fosse possibile avere pensato così in grande nel produrre qualcosa che comunque era soggetto alle regole di mercato e come mai nessun altro lo avesse fatto.

Il NeXT era esagerato in tutto e, come al solito, anni avanti agli altri sistemi, soprattutto nel software. Il Macintosh di oggi non è che la sua evoluzione adattata ai tempi.

I sistemi progettati da Jobs sono sempre stati innovativi e curati con perfezione maniacale. Se pure Jobs non ha scritto una riga di codice, la sua mano si vede in ogni prodotto che è sempre un piccolo gioiello.

Jobs è stato non solo geniale, ma ha segnato il proprio tempo con visioni che andavano al di là del presente. Come lui, nel suo campo sono stati, ognuno a modo suo ed in misura diversa, pochi altri: Clive Sinclair, Richard Stallman, Linus Torvalds, Alan Kay, Jay Miner fra quelli che conosco.

Quello che Jobs ci ha insegnato è che anche nel mondo del lavoro, a volte così concreto da sfiorare la grettezza, è possibile realizzare qualcosa di solido e di elegante, che va al di là di quello che sembra possibile quando ci si accontenta di fare quello che si è sempre fatto, perché si è sempre fatto così.

A proposito di Jobs mi sembra giusto chiudere con una citazione da “Cena ad Audoghast” di B. Sterling:

 “Non mi fiderei di nessun indovino del commercio. Per conoscere il mercato bisogna conoscere il cuore della gente, e per questo occorre un buon poeta.”

19 ottobre 2009

Ma cosa fa funzionare veramente il computer?

Filed under: cosi' va il mondo,Programmazione — lbell @ 21:17

L’Apple II, il primo personal computer ad avere una diffusione ed un successo mondiali, quando nel 1977 vide la luce sembrò un miracolo di tecnologia; permetteva ad un prezzo accessibile di svolgere una quantità e varietà di compiti concreti come monitorare impianti industriali o di organizzare magazzini o di controllare le scadenze delle assicurazioni. Diciamo che gli utenti si accontentavano delle prestazioni e delle possibilità offerte, cercando di vincere le limitazioni del sistema (velocità e spazio di memoria in primis) con molta pazienza e con molto ingegno, inserendo nei programmi una serie di trucchi che oggi appaiono senza senso. Il sistema aveva 48K RAM e poteva supportarne in modo lineare al massimo 64KB.

Quando uscì il primo personal IBM la ram a disposizione era di 128 o 256KB con il codice di sistema caricato in parte di essa da disco; 640KB divennero uno standard poco dopo. All’avvento del Macintosh, il primo rivoluzionario PC con un’interfaccia grafica basata su finestre ed icone, precursore di tutti i sistemi che si usano oggi, che poteva pavoneggiarsi di una grafica di tipo interamente bitmap, si arrivò a 64K di ROM e 128K di RAM, ed in questo spazio non si trovava solo il codice per gestire la grafica, ma anche quello per permettere a tutti i programmi di terze parti di potersi adeguare ad una stessa metafora di comportamento mentre faceva timidamente la sua apparizione su sistemi di tale fascia il primo codice capace di gestire una rete.

E tutta questa meraviglia in soli 64K di ROM, più il software di sistema in un dischetto da 400K. La ram a disposizione dei programmi applicativi, al netto di quella necessaria al funzionamento del Macintosh stesso era di soli 90K (http://www.folklore.org/StoryView.py?story=Monkey_Lives.txt).

E oggi? Se consideriamo le dimensioni del kernel di Linux rispetto ai tempi dell’Apple II troviamo non solo una crescita esponenziale del software di sistema ma la nascita di una nuovo filone, quasi sconosciuto al mondo visto in precedenza; il sottosistema di rete con relativa infrastruttura di sicurezza, che tramite protocolli di tutti i tipi si avvia a rappresentare una gran parte del codice di sistema. La directory del kernel Linux occupa, con varie versioni installate, da 120 a 475MB sul mio sistema e l’installazione complessiva del sistema e dei programmi applicativi più comuni quasi 10GB.

Questa crescita è avvenuta in in pochi decenni e ricalca la legge di Moore a proposito della crescita delle capacità dell’hardware (http://en.wikipedia.org/wiki/Moore%27s_law). Il fatto è che mentre l’hardware spesso è stato progettato in scala, il software di sistema in questione è stato scritto da zero, praticamente riga dopo riga. Ogni sistema operativo sul mercato ha proposto il proprio server web, il proprio stack di protocolli di rete, con tonnellate di sorgenti spesso inutilmente riscritti solo per esigenze commerciali. I computer non sono più solo strumenti nelle mani di artigiani, ma diventa sempre più difficile sapere cosa li fa effettivamente funzionare e quanto sono sicure le basi cui cui poggia il software applicativo.

grafico ram rom

9 settembre 2008

A chi interessa la matematica?

Filed under: cosi' va il mondo — lbell @ 21:05
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Sabato scorso, sfruttando un colpo di fortuna e una favorevole congiunzione astrale, ho potuto assistere all’intervento di Odifreddi al Festivaletteratura di Mantova. Confrontando la quantità di persone che hanno assistito all’evento, posti a sedere esauriti, con la popolarità che la matematica gode nella scuola, qualche dubbio viene alla mente. Quasi tutti gli spettatori comunque sono certamente intervenuti per ascoltare Odifreddi più che per sentire argomentare di “MATEMATICA DELLA CONOSCENZA” come recitava il cartellone. Per inciso lo sponsor dell’evento è stato “il gioco del lotto”, una scelta piuttosto ironica, che sarebbe potuta diventare da solo tema per una conferenza sul calcolo delle probabilità. L’evento ha invece ha riguardato come al solito il rapporto tra matematica e letteratura, ormai tema fisso di quasi tutti i discorsi di Odifreddi, tirando in ballo come sempre il povero Perec. I problemi della matematica, è stato confessato, sono sempre e comunque di due tipi: descrizione e classificazione.

Approfittando dell’uscita dei volumi sulla storia della matematica curati da Odifreddi e Bartocci per Einaudi si è parlato anche di stili e pluralità di voci in matematica a proposito sia di singole persone che di diverse culture. I volumi a dire il vero sembrano molto interessanti, dedicati a grandi temi, molto voluminosi, come importante è il loro prezzo (a tre cifre in euro).

Odifreddi si ascolta sempre molto volentieri e si è arrivati all’ora dell’aperitivo senza grossi cali di attenzione, ma è anche vero che la minaccia di assegnare compiti in classe non è stata messa in pratica.

1 settembre 2008

Joel ha quasi sempre ragione

Filed under: cosi' va il mondo,Programmazione — lbell @ 21:35
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La causa principale della scomparsa di Netscape secondo Joel Spolsky (http://www.joelonsoftware.com/articles/fog0000000069.html) sarebbe imputabile alla decisione di riscrivere da zero il codice su cui si basava l’ex browser, decisione che lo ha praticamente fatto uscire dal mercato in favore del suo concorrente Internet Explorer e questo fatto costituisce una lezione di vita per i project manager.

In effetti l’articolo di Spolsky è pieno di buon senso e si può senz’altro condividere.

Tuttavia nel campo del software, come più ingenerale nella vita, le conseguenze di una azione assumono a distanza di tempo un significato diverso da quello che hanno avuto nel breve.

Quali reali alternative aveva Netscape davanti a se per rimanere leader del mercato, posizione che era riuscito a raggiungere? Praticamente nessuna, si trovava a competere di colpo con un prodotto gratis (ed è difficile competere con qualcosa che è gratis) e già installato su tutti i computer. L’utente non doveva nemmeno fare la fatica di scegliere quale browser installare, se tutto quello che stava cercando era un semplice accesso ad internet.

Netscape avrebbe dovuto inseguire ogni modifica proprietaria che MS avesse introdotto nel proprio programma appositamente per distinguerlo dalla concorrenza. Si tratta di una battaglia persa comunque in partenza, come ben sanno i produttori di qualsiasi programma da ufficio che si sia scontrato con prodotti MS da Word ad Excel.

Per avere qualche possibilità in una lotta con un colosso, occorre scrivere un prodotto che sia molto migliore della concorrenza, rinnovando totalmente la base di codice se necessario e le procedure per svilupparlo. Si tratta di un investimento a lunga scadenza che richiede uno sforzo gigantesco per chi non ha risorse praticamente infinite, ma è una scommessa fatta per vincere, non per crogiolarsi placidamente in un tramonto inevitabile e tranquillo, come invece scelse di fare la Venezia del 700. Il risultato? Firefox.

Ad onor del vero Firefox sembra effettivamente nato per caso dal caos di Netscape, ma non è questa la forza dei progetti Open Source?

Link:

http://www.joelonsoftware.com/articles/fog0000000069.html

http://en.wikipedia.org/wiki/Netscape

8 gennaio 2008

Perché è importante usare standard aperti (ed essere contrari a OOXML)

Filed under: cosi' va il mondo,Microsoft,Open Source — lbell @ 23:26

La fine del supporto a certi tipi di “vecchi” formati di file decretata da Microsoft, fa riflettere sull’utilità di impiegare formati proprietari per memorizzare i documenti. In un altro blog leggo che decine di documenti religiosi e scolastici a causa di questa decisione rischiano di essere perduti perché fra qualche tempo non esisteranno più programmi in grado di leggerli, mentre gli atti più vecchi scritti su carta possono essere tranquillamente consultati.

L’accessibilità dei documenti elettronici memorizzati in formati proprietari, essendo molto spesso non nota la loro codifica, dipende dalla volontà della ditta che detiene l’ideazione di tali formati. Qualora la ditta fallisse o non avesse più convenienza ad aggiornare i programmi perché possano funzionare sui moderni sistemi operativi (tutti casi occorsi nella realtà), l’utente o l’autore di tali documenti troverebbe di fatto un ostacolo insormontabile tra sé ed i propri dati.

Cosa è successo in realtà? Che un’azienda, esercitando un suo legittimo diritto, ha deciso di togliere il supporto ad alcuni formati di file proprietari, di programmi non più funzionanti sugli odierni sistemi operativi. Lo ha fatto per la propria convenienza, citando come spiegazione ragioni di sicurezza, mediante la pubblicazione di aggiornamenti di manutenzione ai suoi programmi da ufficio. Per amor del vero devo dire che esiste una scappatoia, anche se complicata, per accedere ancora a tali formati, ma il danno maggiore lo si avrà fra qualche tempo, quando magari si avrà bisogno di consultare i documenti storici e non si saprà come.

In un mondo dove occorre lavoro ed impegno per essere continuamente competitivi, sprecare tempo e lavoro per poter di nuovo accedere ai vecchi documenti mi sembra una vergogna. Viviamo tempi in cui accadono cose straordinarie, da piccolo mai avrei pensato che potesse cadere il confine con la Slovenia nella concordia più totale o che la Cina potesse diventare la fabbrica del mondo, perché dobbiamo perdere tempo ed energie per capire come rileggere i documenti di cinque o dieci anni fa?

È facile ora consigliare di utilizzare standard aperti per la memorizzazione dei documenti, ma che alternative reali esistono per evitare di non potervi più accedere fra, diciamo, cinque anni? Tutti pensiamo di poter vivere almeno cinque anni ancora, vero? Altrimenti non perdereste tempo a leggere queste righe.

  1. Utilizzare il programma che va per la maggiore, non accontentarsi di nulla di meno, il secondo in classifica domani sarà reso obsoleto dalla nuova versione del sistema operativo o magari la ditta che lo produce sarà fallita o scalata. Ma nemmeno così sarete sicuri.

  2. Usare uno standard aperto, e per aperto non intendo aperto per finta come è stato fino ad oggi OOXML, ma un formato utilizzabile senza restrizioni né condizioni, OpenDocument, tanto per essere chiari.

Con un formato aperto sarà sempre possibile accedere ai propri dati.

Decidere di utilizzare o meno un formato aperto è di una scelta legittima, ma penso che almeno le associazioni e le pubbliche amministrazioni abbiano il dovere di utilizzare e pubblicare documenti in formati aperti.

L’uso di formati come OpenDocument, PDF ed HTML è una garanzia prima di tutto per l’utente.

Link:

http://www.tedcarnahan.com/2008/01/02/three-steps-to-open-source-in-the-church/

http://it.slashdot.org/firehose.pl?id=443210&op=view

http://support.microsoft.com/kb/938810/en-us

http://www.news.com/Office-2003-to-get-security-upgrade/2100-7355_3-6179672.html?tag=st.nl

http://www.consortiuminfo.org/standardsblog/index.php?topic=20051116124417686

http://www.noooxml.org/

http://en.wikipedia.org/wiki/Opendocument

http://www.fsf.org/campaigns/odf.html

 

 

 

 

23 aprile 2007

Inter?

Filed under: cosi' va il mondo — lbell @ 18:38

Materazzi.

22 gennaio 2007

Libri, libri, libri (per lavoro)

Filed under: cosi' va il mondo,letture,Programmazione — lbell @ 22:55

Del perché sia necessario leggere i libri di programmazione in anticipo sui tempi non parlerò, anche perché Igor Damiani lo spiega molto chiaramente in questo suo post, parlerò invece del perché non è facile farlo. Anche nell’epoca dei documenti elettronici, almeno per me, i libri restano necessari, perché leggere la documentazione a video è scomodo; per leggere i libri si può agevolmente sfruttare il tempo impiegato nel tragitto casa lavoro, se si utilizza il trasporto pubblico. Molte aziende sono disponibili ad ‘investire’ in libri da dare in pasto ai dipendenti, tuttavia per essere veramente recepiti i libri devono essere personali. Vanno iniziati, lasciati sul comodino, ripresi, accantonati perché ci si deve dedicare ad una urgenza. I libri aziendali non ci sono mai quando li si desidera leggere, seguono un percorso tutto loro, vengono accatastati inutilmente nei posti più inattesi come trofei di guerra, sono dimenticati a casa della persona a cui non servono ma che li aveva presi per curiosità. Se non li si può ricevere in prestito perenne dalla ditta, li si deve quindi comprare di tasca propria. E qui ahimè veniamo ai problemi (di costi). Diciamo che per restare al passo con i tempi è necessario acquistare almeno un paio di libri al mese (per non dire uno alla settimana), ma chi con uno stipendio da impiegato se lo può permettere? Oggi è normale arrivare ad 80, 100, anche 130 euro per alcune tipologie di libri di programmazione, il che fa 200 euro al mese, 2000 all’anno per fare un conto pari stando anche prudenti. Se controlliamo inoltre quanto costano all’estero gli stessi libri, visto che quelli che troviamo sugli scaffali nostrani sono spesso traduzioni degli originali d’oltreoceano, vediamo che alle volte arrivano perfino alla metà, con nostra somma gioia. Come può un impiegato o un lavoratore con contratto a termine permettersi di spendere una tale cifra, che per una ditta invece è assolutamente ragionevole? Sembra che il libro, l’oggetto che incarna la cultura per antonomasia, stia ridiventando disponibile a pochi, praticamente patrimonio delle ditte.

26 ottobre 2006

Fischi per fiaschi

Filed under: cosi' va il mondo,paranoia — lbell @ 20:38

finta orma

Un’impronta sul marciapiede di una via in cui passo raramente, notata solo di recente. Date le dimensioni sembra lasciata da un astronauta, da un gigante, o, più prosaicamente, si tratta solo di due buchi nell’asfalto di forma curiosa, in analogia con il famoso volto di Marte. Il tutto per ricordarmi di come sia facile scambiare fischi per fiaschi.

14 ottobre 2006

Microcredito ed Open Source

Filed under: cosi' va il mondo,Open Source — lbell @ 20:29

Il Nobel della pace ad un banchiere, Yunus, ideatore del microcredito. Non ha vinto quello dell’economia, stranamente, forse perché ignorato dall’industria e dalla grande finanza, ma i suoi interventi di basso profilo stanno cambiando la vita della gente. Il mircocredito ha molto in comune con il software libero, entrambi danno fiducia alle persone, danno loro responsabilità e non le trattano come semplici consumatori il cui unico compito è quello di consegnare i loro soldi a qualche fornitore.
Se un premio nobel si doveva assegnare a Yunus, probabilmente era quello dell’economia.

27 settembre 2006

Se può essere fatto, qualcuno lo farà.

Filed under: cosi' va il mondo,Microsoft — lbell @ 18:41

Un problema di sicurezza in Internet Explorer viene trascurato da mamma Microsoft, tanto che la correzione viene pianificata con un ritardo di tre settimane. Chi non la trascura invece sono i soliti malintenzionati che mettono Internet Explorer subito sotto attacco. A causa della pressione dell’utenza mamma Microsoft oggi rilascia la correzione, ma viene preceduto da un gruppo di sicurezza privato che ne rilascia una propria non ufficiale. Che la comunità stia iniziando piano piano a muoversi verso mamma MS?

Quello che si impara da questa storia è che ogni problema di sicurezza per quanto piccolo o complicato da utilizzare per realizzare un exploit, sarà comunque sfruttato da qualcuno.

 

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